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OUTCAST- Il distacco e il dissenso sociale in chiave horror

Quando iniziai a guardare Outcast mi aspettavo la solita storia su possessioni demoniache e demonietti che urlano come neonati non ancora cambiati. Quello che mi si presentò praticamente da subito era tutt’altro; mi si presentò una storia di gravi derive sociali e psicologiche in cui il demoniaco e il soprannaturale è solo metafora per rappresentare stati di forte disagio emotivo, depressione e stress routinario mai espressi e mal canalizzati.

 Lo scenario in cui si svolge la serie di Robert Kirkman (stesso autore di Walking Dead, non a caso altra metafora di denuncia sociale in salsa horror) è la provincia americana mai così decadente e allo sbando, in cui si avverte non solo la mancanza dello stato ma anche di un motore morale o se vogliamo di un credo religioso che tenga coesa la comunità. Per dirla in altra maniera: la mancanza di Dio. La cittadina di Rome, dove si svolge la vicenda, è non ha caso chiamata così (come la nostra Roma) per ricollegare il propagarsi del declino religioso e morale in un luogo che è tutt’altro che eterno e luminoso. Qui si svolgono le vicende di Kyle Barnes, ex minatore miracolato per essere scampato ad un incidente sul lavoro e ora abbandonato alla depressione più completa dopo la separazione dalla moglie Allison e il distacco dalla figlia della quale non ha ottenuto l’affidamento. Kyle è un maledetto ma non solo per il suo stato relazionale, ha sempre dovuto affrontare altri tipi di forze nella sua vita, forze occulte che hanno dapprima posseduto sua madre quando era bambino e dopo sua moglie a cinque anni dalla nascita della figlia Amber. 

Anzi il motivo della separazione è stata proprio l’aggressione verso la moglie posseduta la quale stava tentando di strangolare la figlioletta. Infatti la polizia e la comunità non credono al motivo della possessione e credono anzi che sia Kyle il pazzo aggressore in quanto anche la madre era stata creduta pazza mentre in realtà era anche lei posseduta, quindi tale madre tale figlio secondo lo stigma sociale. Kyle si distacca da tutto e dalla realtà, rivivendo tutti i dolorosi ricordi della sua vita. L’unica amica che ha è la sorellastra Megan ed è anche il suo unico contatto con la realtà. Megan lo cura e gli porta da mangiare, è come una madre o una specie di madonna consolatrice per il protagonista. Ben presto però Kyle dovrà tornare nell’incubo di possessioni demoniache e entità oscure quando alla sua porta busserà il reverendo Anderson, il parroco della città, che gli chiederà aiuto con un bambino locale posseduto. Da questo primo caso le storie dei due uomini si intrecceranno indissolubilmente mentre nella città il demoniaco e l’insano strisciano e urlano. Barnes e Anderson sono entrambi alla ricerca di qualcosa, uno al reinserimento sociale e relazionale, l’altro ad una riaffermazione della moralità e della religiosità; entrambi compagni di battaglia in una lotta contro il decadimento morale e sociale, entrambi labili e scomposti si stagliano non senza fragilità e paura per fermare un tessuto al collasso, un malessere che è antico e oscuro come la storia dell’uomo.
 Come il dinamico duo “Batman e Robin” o i “True detective” Rust e Martin  , Il reverendo e il reietto combattono contro un male che non è solo intorno a loro ma è anche dentro di loro. Muovendosi in una città e in una comunità cupe e decadenti. Kyle il protagonista è davvero l’Outcast del titolo, un outsider fuori da tutto, allontanato dalla società e dalla comunità ma anche dal regno dei cieli e dalla pace spirituale. Non c’è spazio per lui e chiunque cerca di calpestarlo, sia gli uomini che i demoni. È una condizione comune verificabile o autoindotta a molte persone di questo mondo. I dannati sono ovunque siamo noi che distogliamo lo sguardo. Anderson è abbastanza inserito nella “Rome bene” ma avverte il decadimento civile e religioso della città ed è disperatamente rivolto a cambiare le cose. Ad entrambi però mancano le relazioni con mogli e figli, con persone che non vogliono più avere niente a che fare con uomini disperati e ossessionati da una egoistica ricerca della libertà e della pace. L’arrivo di Sidney, uno dei capi demone (o forse proprio il diavolo?) che ha preso possesso del corpo di un serial killer di bambini, inizia a sconvolgere il rapporto tra i due. Il diavolo inizia a mettere zizzania un pò dappertutto e anche la comunità abbandona il reverendo Anderson. Intanto Giles, capo della polizia e amico di Anderson, sta investigando su un misterioso camper nel bosco e di resti umani al suo interno mentre segue le vicende dei due. Giles è super partes ed è leale, è come l’arbitro di una partita o come il re Salomone che incontrano il Morgan Freeman di “Seven” e Nero Wolf,  sa cosa devo fare e quando farlo. Ma soprattutto sembra aver capito da che parte stare e chi proteggere verso l’oscurità che si sta propagando. Parallelamente si dipana la sottotrama di Megan e del marito poliziotto Holly che si trovano di fronte al ritorno in città dello stupratore della stessa Megan all’età di dieci anni. All’epoca lo stupratore era ragazzo ed ora invece è un venditore di pneumatici. Holly appena apprende la vera identità di questa persona dopo un incontro al ristorante decide di dargli una lezione fermando la sua auto  per un controllo di routine che si trasforma in un pestaggio in piena regola. Ripresosi in ospedale lo stupratore inizierà a ricattare la famiglia. Intanto il piano di Sidney arriva a suo compimento quando riesce a divedere Anderson e Barnes. Si scopre infatti che l’amico infermiere di Anderson e la moglie usavano il camper per aiutare i posseduti a traslare nella loro nuova forma facendo convivere “felicemente” il corpo e il demone. Proprio da questa scoperta le strade dei due si divideranno, Barnes infatti non crede che la transizione sia una cosa negativa se la persona rimane comunque felice o se vuole tale conversione. Intanto Anderson viene fatto impazzire dal diavolo e confinato alla stregua di un emarginato dalla comunità come Barnes. Nella nostra società il bilico e il cambiamento sono all’ordine del giorno, non è solo il nostro cambiamento ideologico ma è anche il cambiamento di quello che ci sta attorno e di chi ci sta attorno. I nostri miti, i nostri governanti, i nostri amanti e i nostri amici; tutti cambiano, ci sorprendono e ci deludono. Noi possiamo accettare o no questo cambiamento e possiamo essere emotivamente demoralizzati da questo eterno girovagare. 

Nella nostra odierna esistenza ci si chiede se il cambiamento può essere sintomo di evoluzione oppure di instabilità in una società senza più epicentri emotivi e morali. In Outcast ci si chiede se unirsi e conformarsi ad entità deleterie possa essere tollerabile quando per la persona e suoi familiari ciò è un dono e non una condanna. È proprio questa grossa metafora esistenziale che dà la svolta alla serie, quella che porterà al suo climax e al suo sconvolgente finale, almeno per quel che riguarda la prima stagione. In Outcast le tematiche affrontate sotto la “scusa” seducente dell’horror sono tante. Si va dalla tematica spirituale a quella delle piccoli miserabili degenerazioni umane nelle sue interrelazioni. La società americana è forse, tra quelle occidentali, la più disgregata. In una società senza memoria, legami e un centro comune il male può davvero propagarsi, sia un male fisico come la criminalità violenta sia uno spirituale come il declino morale e di valori. 

La possibile accettazione di questo male è a sua volta il male della democrazia. Ecco perché nella serie anche i demoni e i posseduti sono fragili e sono come dei bambini neonati spaventati da tutto, scollegati e dissociati. Non sono loro ad organizzare tutto ma è piuttosto il piano dell’esistenza che li colloca nel loro compito di destabilizzazione. Sidney dice a Barnes:<< noi siamo attratti da te perché sei come un fiammifero acceso in una foresta buia, noi non vediamo altro che te>>. Ecco che anche la devianza è attratta morbosamente dal bene della normalità e se ne vuole impossessare; essa vuole corromperla non rendendosi conto che la fetta di realtà acquisita è un cancro che si propaga sul fisico e la mente di tutti. In Outcast il male e il bene non solo non sono definiti ma assumono la forma di pedine manovrate dall’esistenza e dal creato in modo da scontrarsi e influenzarsi. Senza sosta e senza soluzione di continuità. 
I tratti e i paesaggi crepuscolari, l’uso delle scene notturne e del fluido nero che esce dai corpi rimarcano l’inquietudine e l’insicurezza umana.

 L’episodio finale della prima stagione (ep.10) è un piccolo gioiello di montaggio e fotografia a discapito della sua trama, da vedere e rivedere come tutta la serie.

Daniele O.C.

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