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“Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” di Amara Lakhous

Quello dell’omicidio di Lorenzo Manfredini, detto il Gladiatore, piccolo delinquente razzista, violento, e odiato da tutti, ritrovato cadavere nell’ascensore e quello della misteriosa scomparsa di Amedeo, che invece tutti stimano e apprezzano per l’aiuto e la comprensione che sa offrire ad ognuno. Qualcuno pensa che i due fatti siano collegati ed arriva a sospettare Amedeo per l’omicidio del Gladiatore.


L’indagine permette ai personaggi di raccontare la propria versione, la propria verità e il quadro che ne esce è quello di un’umanità che vive la propria vita come fosse un mondo a sé, come tanti universi paralleli destinati a non incontrarsi mai, a guardare gli altri ma senza mai capirli davvero. Da qui a una serie di incomprensioni ed equivoci che sfiorano il grottesco, è un soffio.


Così conosciamo Parviz, cuoco iraniano fuggito dal suo paese perché perseguitato politico, odia la pizza ed è convinto che sia questa sua avversione la causa dei continui licenziamenti e non il suo scarso italiano e il fatto che beve vino sul posto di lavoro. Parviz è stato costretto ad abbandonare la sua famiglia, si sente molto solo e Amedeo è l’unico ad offrirgli la sua amicizia e il suo aiuto in molte occasioni, ma soprattutto la volta in cui la sua domanda di asilo politico viene rifiutata e lui per protesta si cuce le labbra. Naturalmente Parviz non crede alla colpevolezza di Amedeo, mentre riferisce di aver sorpreso il Gladiatore urinare nell’ascensore e che alle sue lamentele ha risposto con una serie di insulti razzisti.


La portinaia Napoletana Benedetta Esposito, in bilico tra un misto di imbarazzo e orgoglio per le sue origini e un razzismo quasi inconsapevole che la porta ad affibbiare agli stranieri nazionalità inventate in base a quelle che sono le sue convinzioni, è impegnata a difendere l’ascensore del palazzo, da cui derivano la maggior parte delle beghe tra condomini e su cui si concentrano tutte le riunioni di condominio. Ogni volta che Parviz vorrebbe usare l’ascensore, Benedetta lo chiama, ma quando usa la parola guagliò, lui crede si tratti di un’offesa. Nonostante ciò ringrazia in francese, ma quando Benedetta sente la parola merci, a sua volta è convinta si tratti di un’ingiuria in albanese. Amedeo invece è sempre stato gentile con la portinaia, quindi nemmeno lei sospetta di lui, quanto piuttosto di qualche immigrato.


Elisabetta Fabiani è un’altra abitante dello stabile, disperata per la scomparsa del cagnolino Valentino, sul quale ha riversato tutte le sue attenzioni e aspettative dopo la morte del marito e la partenza del suo unico figlio. Elisabetta sospetta che i cinesi abbiano preso Valentino per mangiarlo, poi sospetta invece che sia stato rapito da Marina, la nuora sarda della portinaia Benedetta, per chiedere un riscatto, per concludere che, vista anche la scomparsa di Amedeo, a piazza Vittorio deve essere attiva una banda di rapitori frutto di un’alleanza segreta tra sardi e cinesi.  Elisabetta conosceva bene anche la vittima, Lorenzo Manfredini, perché per molti anni è stato amico di suo figlio. Lorenzo, dopo la separazione dei genitori, è andato a vivere con la nonna, che però non è stata in grado di educarlo e lui ha lasciato gli studi molto presto, per cominciare a frequentare delinquenti. Sospetta quindi che a ucciderlo sia stata una banda rivale.


Johan Van Marten, aspirante regista olandese, è a Roma contro il volere del padre per studiare il cinema italiano. Appassionato del Neorealismo, ha scelto piazza Vittorio come abitazione perché vi sono state girate alcune scene del film Ladri di biciclette di Vittorio de Sica. Ha deciso di girare un film che abbia come soggetto proprio l’ascensore dello stabile e vuole convincere tutti gli inquilini a prendervi parte come attori. Anche se considera l’Italia un paese privo di libertà e sottosviluppato, trova in Amedeo una compagnia con cui discutere a lungo di cinema. Johan conosce bene anche la vittima, con cui divideva l’appartamento, lo descrive come amante dei cani e sostiene che chi ama così tanto gli animali non può essere cattivo.


Sandro Dandini è il proprietario del bar che si affaccia sui giardini di piazza Vittorio. Amedeo fa colazione tutte le mattine nel suo locale, in breve tempo diventano amici ma quando Sandro cerca di sapere di più sulle sue origini, ottiene una sola risposta: “sono del sud”. Amedeo, che tutti conoscono e apprezzano, ma di cui in realtà nessuno sa nulla. Le sue origini, la sua famiglia, la sua vita prima di trasferirsi a Roma, rimangono un mistero che nemmeno Stefania, sua moglie, aiuta a chiarire. Amedeo, infatti, quando si sono sposati, l’ha pregata di non chiedergli nulla del suo passato. Quindi chi è il vero Amedeo? Cosa c’è stato nella sua vita di così terribile da voler essere ad ogni costo dimenticato? Saranno Abdallah Ben Kadour, pescivendolo algerino e Mauro Bettarini, commissario di Polizia, a far luce sia sul passato e sulla scomparsa di Amedeo, che sull’omicidio del Gladiatore.


Un finale con molti colpi di scena per questo romanzo che non è solo un  giallo ma anche una riflessione sulle difficoltà ed i limiti della moderna società multiculturale. Pur se affrontato con leggerezza e ironia, il tema della mancanza di conoscenza, di dialogo e a volte di umanità, che percorre tutto il libro, a tratti prende le tinte della disperazione. Amedeo si chiede, a un certo punto, se nella società italiana, così divisa già al suo interno, ci sia davvero spazio per l’idea di integrazione degli immigrati. Domanda che rimane aperta, insieme a molte altre, quanto mai drammaticamente attuali. L’unica certezza è che dai pregiudizi e dall’ignoranza non può nascere nulla di buono.

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