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Il gatto in noi

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Dal padre spirituale della Beat Generation, un libro delicato e profondo intriso d’amore per i gatti. Come nello stile di Burroughs non si tratta di una vera e propria storia ma di una raccolta di frammenti di vita quotidiana mescolati a flash back, fantasie e sogni di cui sono protagonisti gatti di tutti i tipi.

Burroughs scrive questo libro in età avanzata, dopo una vita difficile e piena di eccessi. “”Il mio passato è stato un fiume malvagio“”. Così intitolerebbe una sua autobiografia del tutto sincera. A tratti emergono ricordi dolorosi legati alla sua dipendenza dalle droghe e ai freddi rapporti con la famiglia di origine, che non accettava la sua omosessualità. Comunque, anche se non mancano passaggi inquietanti, c’è spazio per una sorta di riscatto grazie all’amore puro e prezioso che i suoi gatti sanno regalargli.

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Burroughs afferma di essere diventato, negli ultimi anni, un “”devoto amante del gatto“”, riuscendo a coglierne “”l’essenza di spirito felino, di piccolo dio del focolare“”. Da quelli reali fino a fantasie di creature ibride e mutanti a cui si sente chiamato ad offrire nutrimento e protezione. La chiave di lettura di tutto ciò ce la da’ l’autore stesso quando, parlando in terza persona ci dice che “”questo libro sul gatto è un’allegoria, in cui lo scrittore vede passare in rassegna la sua vita passata in forma di sciarada gattesca””. Oppure: “”gli spiritelli domestici di un vecchio scrittore sono le sue memorie, i fatti e i personaggi che popolano il suo passato, reale o immaginario. Uno psicoanalista direbbe che sto semplicemente proiettando queste fantasie nei miei gatti“”.

Tuttavia l’amore che nutre per i suoi gatti è reale e sincero e si capisce chiaramente nella tenerezza presente nel racconto delle imprese del gatto grigio Rusky, di quello bianco di nome Ed e del nero Fletch, o nella commozione dell’autore di fronte ai gesti di affetto e fiducia che i gatti hanno nei suoi confronti. Nonostante questo è sempre presente una nota di oscurità, perché per Burroughs “”è una cosa triste quando si stabilisce un contatto con qualsiasi altro essere: perché vedi le limitazioni, il dolore e la paura, la morte finale. Il contatto significa questo. E di questo mi accorgo quando tocco un gatto e mi ritrovo con le lacrime che mi scorrono sul viso“”.

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Anche altri animali hanno l’onore di essere definiti “”carini”” da Burroughs: la volpe del deserto, un cucciolo di moffetta… Lo stesso trattamento invece non viene riservato ai cani, che vengono più volte paragonati a fanatici picchiatori nazisti. Lo scrittore sostiene in realtà di non odiare i cani, ma ciò che l’uomo ne ha fatto: “”la rabbia del cane non è mica roba sua. E’ dettata da chi lo ammaestra. E la rabbia della marmaglia linciatrice è dettata dal condizionamento“”.

La violenza degli uomini nei confronti della natura viene più volte condannata: “”al pari delle foreste che cadono per far strada ai motel, agli Hilton, ai McDonald’s, l’intero universo magico sta morendo“”. Oppure quando smarrisce l’adorato Rusky, che viene ritrovato in un rifugio per animali che “”è un campo di sterminio, pieno dei melanconici, disperati pianti di gatti perduti in attesa d’esser “”messi a dormire“”.

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Con questo libro Burroughs si inserisce, anche se in modo personalissimo e originale, nella ricca tradizione che vuole il gatto compagno prediletto di molti artisti (e da tanti celebrato), affini nella silenziosa contemplazione, nella quieta meditazione di cui necessita la creatività. Un libro per amanti dei gatti ma non solo. Con un’ultima raccomandazione da parte dell’autore: “”voi che amate i gatti, rammentate che i milioni di gatti che miagolano nelle stanze di questo mondo ripongono ogni loro speranza e fiducia in voi“”.

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