RelazioniSalute e benessere

Comunicare in famiglia: io non fuggo, io volo!

Uno dei fattori più critici in questo senso è la COMUNICAZIONE, che determina quale tipo di relazione ciascun elemento della famiglia avrà con gli altri, e la famiglia avrà con l’esterno.

La comunicazione autentica, efficace, quella che ci permette di ascoltare, di vedere l’altro per quello che è, di rispettarne i desideri, la personalità e i sogni, quella che ci consente di esprimere noi stessi senza fare giochi di manipolazione, di recriminazione e di ricatto affettivo, è come un grande ombrello sotto il quale tutto succede. La relazione della coppia, il dialogo con i figli, il riuscire a stabilire regole e confini, imparare un linguaggio comune fatto di consuetudine, esperienze, ricordi condivisi e amore, l’abilità nel far emergere il dissenso sapendo al contempo gestire la critica e il conflitto con rispetto: tutto questo ha a che fare con la comunicazione tra i membri della famiglia.

L’autostima è pesantemente influenzata da come ci si parla o non ci si parla, dai contenuti dei discorsi e anche del tono col quale vengono espressi. Non ascoltare un figlio, non vederlo per quello che è veramente, ignorare la sua diversità e la sua individualità, dare per scontato che studierà, si comporterà, penserà esattamente come noi genitori vogliamo e progettiamo per lui, provoca dolore, scontento, ribellione, rassegnazione e apatia. Vi racconto un film bellissimo, che chiarisce proprio questi concetti. S’intitola “La Famiglia Belier”.

Campagna francese, a qualche ora di macchina da Parigi. Paula Belier è un’adolescente bella e impegnata, che aiuta i genitori e il fratello minore in campagna, con le mucche e il latte, con la vendita dei formaggi da loro prodotti, e poi frequenta il liceo e l’amica del cuore.

Certamente, la sua vita è abbastanza sacrificata; certamente il suo aspetto, il suo carattere non sono così “giusti” per le compagne e i compagni di scuola, più sofisticati e liberi. E’ un pò isolata, viene presa in giro. Ma sembra mostrare al mondo una forza di carattere e un’energia inestinguibile che le consentono di andare oltre e di essere contenta della sua vita.

Un giorno, dovendo scegliere un corso extracurriculare a scuola, impulsivamente si ritrova a frequentare un corso di canto corale, tenuto da un maestro di canto  quarantacinquenne, ex famoso, uomo di mondo sarcastico e diretto, insoddisfatto dell’esito della sua promettente carriera, infognato in quel paesino senza sbocchi alla ricerca costante di talenti da presentare al concorso della radio francese, per poter ritornare ai successi di un tempo. E con un solo colpo d’occhio, solamente ascoltando Paula parlare, il maestro intuisce le sue potenzialità come cantante. Le chiede qualcosa e, quando lei risponde in modo sommesso e soffocato, il maestro le rimanda “”Questa non è la tua voce!””.

Che messaggio bellissimo e potente! Questa non è la tua voce, questa non è la tua vita, questo non è il tuo sogno. Certamente, perchè Paula vive con i genitori e il fratellino sordomuti e, unica in famiglia capace di sentire e di parlare, è diventata la loro voce, il loro filtro nei confronti del mondo, l’interprete della loro comunicazione verso l’esterno, modificando anche la traduzione delle loro parole e dei loro atteggiamenti quando ritiene che non siano adeguati, diplomatici, accettabili, comprensibili.

Paula vive la vita e parla le parole dei genitori, che a lei si appoggiano e la danno per scontata, pur amandola immensamente e teneramente, che a lei si affidano del tutto, e che, si scoprirà, hanno desiderato che fosse sordomuta, perchè odiano tutti quelli che possono parlare e sentire.

“”Sarà sordomuta dentro””, il padre, semplice e autentico aveva rassicurato la mamma, quando avevano scoperto la “”normalità”” della loro primogenita. E, sordomuta dentro, Paula era diventata. Tanto da rinunciare al sogno di partecipare al concorso per la radio parigina al quale il maestro la prepara per tre mesi. Non può lasciare soli i genitori, non se la caverebbero senza di lei. Loro sono tristi, arrabbiati, non capiscono, si sentono traditi e disperati, hanno fallito, non possono e non vogliono lasciarla andare. Senza Paula, gli equilibri della famiglia, l’autostima e l’immagine della famiglia nei confronti del mondo, si frantumerebbero in mille pezzi!

Il finale, ovviamente, vedrà Paula al concorso e in procinto di partire per Parigi, dove frequenterà una scuola prestigiosa e avvierà il suo futuro da cantante. Ma prima ci sarà l’audizione a Parigi, dove Paula interpreterà una canzone che parla di andare via, lasciar andare, partire, volare. E mentre la canta, appassionatamente, vede i genitori in platea che la guardano. E con un automatismo d’amore, consolidato negli anni della sua vita, tradurrà per loro con il linguaggio dei segni: “”Cari genitori, comprendetemi bene: io non fuggo, IO VOLO””.

Dedico questo bellissimo film a tutti noi che, sordomuti dentro, incapaci di ascoltarci e di ascoltare, di dire a noi stessi e di dire agli altri, spesso viviamo le vite altrui, sogniamo i sogni non nostri,  teniamo legate a noi le persone care, perchè lasciarle libere di volare, di rischiare, di farsi male, toglie a noi il ruolo che conosciamo bene, quello di genitori, di figli presenti e responsabili, di partner consenzienti e accettanti. E cambiare fa tanta paura, e crescere e lasciare che i nostri cari crescano, ancora di più. Così la famiglia diventa una trappola dentro la quale nulla può cambiare, nulla deve mai cambiare, pena la distruzione. Così la famiglia perde la sua funzione di contenitore d’amore e di trampolino per il futuro.

Ne parleremo ancora. Per adesso vi abbraccio forte

Cristina

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