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Abbiamo sempre tagliato le punte dell’arrosto …

Tutti noi siamo la nostra storia e viviamo la nostra famiglia attuale impostandone la comunicazione, i ruoli, le regole in modo da ricalcare schemi, usanze, tradizioni che si perdono nel passato, senza nemmeno rendercene conto. Ho letto ieri una storia emblematica, in questo senso.

Una giovane donna cucinava sempre l’arrosto mettendolo nella teglia da forno, ma tagliandone prima le due estremità.

Il compagno una volta le chiese il motivo di tale accorgimento. Lei rispose che pensava che fosse per migliorare il sapore della carne, anche sua mamma aveva sempre fatto così. Tuttavia, ormai incuriosita, telefonò alla madre e le rivolse la stessa domanda. Anche la madre rispose che probabilmente tagliare le estremità al pezzo di carne ne consentiva una migliore cottura, e che lei lo aveva sempre visto fare dalla madre, fin da quando era piccola.

A questo punto non rimaneva che chiedere direttamente alla nonna: la quale, serenamente rispose che, avendo lei una teglia molto piccola come dimensione, era obbligata ad adeguare il pezzo di carne da cuocere e quindi a tagliarne le estremità che gli impedivano di entrare nella pentola! Proprio niente a che fare con il miglioramento della ricetta!

E’ un bisogno vitale di tutti gli esseri umani quello di riconoscersi e definirsi come appartenenti a un gruppo famigliare, poter ravvisare somiglianze, differenze, continuità con il passato, legami e radici. Anche per allontanarsi dalla propria famiglia d’origine, per prenderne le distanze e crescere, occorre prima riconoscersi in essa, fare pace, accettare e ringraziare per quello che siamo.

Frasi come “Devo essere stata adottata, non mi riconosco per niente, in questa famiglia!”, oppure “Non vorrei mai diventare come te, da grande!”, o ancora “Non ho preso assolutamente niente, dalla mia famiglia”, sono affermazioni dettate a volte dalla rabbia, dalla frustrazione, dal desiderio di affermarci come persone indipendenti e diverse dagli esempi che abbiamo visto per tutta la vita, da comportamenti che non ci piacciono o che ci hanno fatto soffrire. E tuttavia, il modo più giusto e sano per staccarci e differenziarci è quello di riconoscerci nelle similitudini, nei tratti di carattere ereditati o assimilati, di ringraziare, prima, e solo poi decidere di utilizzare la nostra eredità in maniera differente. Senza il rispecchiamento non c’è identità, non ci sono radici: senza radici non ci si può affermare, senza un punto di partenza stabile non si può procedere con il cambiamento.

Parlando di genealogia, di rami famigliari, diciamo che la forma dell’albero è da sempre associata alla persona umana, con la chioma che tende verso l’alto, verso la realizzazione, con il tronco che da’ sostegno e concretezza, con le radici che stabilizzano e rassicurano. L’insieme cronologico delle persone che compongono le diverse generazioni di una stirpe famigliare è detto albero genealogico. Ci sono le date, ci sono i ruoli, chi era parente di chi, chi ha dato origine a chi, chi ha sposato chi e così via.

Vi propongo oggi una visione un po’ differente della nostra storia famigliare, perché il nostro albero non è fatto solo di ruoli e di date formali, ma anche di aspetti informali, umani, spesso silenti e poco considerati, che possono fornirci tante informazioni utili. Sto parlando di eventi accaduti, di rapporti sereni o burrascosi, di miti e storie narrate quasi fossero leggende, di segreti da non divulgare, di vergogne e di successi, di modi di dire, di convinzioni, di tradizioni, proprio come quella dell’arrosto con le punte tagliate.

Ogni stirpe famigliare ha, insomma, una propria cultura, le proprie leggende, i propri rituali da tramandare e conservare. Pensiamo alle nostre filiere famigliari, tornando indietro nel tempo fino alle generazioni precedenti i nostri nonni: c’era una cugina strana, che non si è mai sposata, qualcuno che ha dedicato tutta la sua vita a una missione, alla cura della casa, dei vecchi? Oppure possiamo trovare una vena artistica, un po’ di trasgressione e di follia? C’è un segreto del quale abbiamo avuto sentore ma che nessuno ci ha mai raccontato esplicitamente? Uno zio che ha sperperato capitali al gioco? Qualcuno che tradiva il partner sistematicamente? Qualche figlio morto da piccolo? Una depressione mai confessata?

Oppure ancora, abbiamo sempre “saputo” che tutti gli uomini dalla parte di nostra madre si sono sempre comportati in maniera debole e rinunciataria? Oppure sono sempre stati considerati grandi lavoratori che per questo trascuravano i figli? Ci hanno in qualche modo trasmesso un’idea di fragilità fisica che accomuna tutte le secondogenite della famiglia?

E che dire delle storiche rivalità? Delle antipatie, delle offese insanabili? Delle questioni mai risolte di eredità, di case da spartire, di terreni e oggetti preziosi?

Vi invito a riflettere su questi suggerimenti e a trovare nella vostra storia, tra i rami e le foglie del vostro albero di famiglia, le voci e i personaggi  che parlano di tradizione, di storie quasi mitologiche, di segreti, di certezze e modi di fare e dire e pensare che anche voi vi portate appresso senza quasi rendervene conto.

Ne parleremo ancora, perché siamo la nostra storia con una raccomandazione: è importante chi siamo per discendenza, è inutile negare quello che ci hanno trasmesso e imposto, quello che abbiamo preso e rivive in noi. La cosa fondamentale è decidere quello che ce ne vogliamo fare, oggi … Oggi che ne siamo consapevoli, oggi che possiamo vederci con occhi adulti e meno fragili, oggi che possiamo controllare e scegliere cosa portare con noi, cosa lasciar andare, cosa trasformare. Posso continuare a tagliare le punte dell’arrosto, insomma, ben consapevole che lo faccio solo per abitudine e per amore!

A presto, vi abbraccio

Cristina

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