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Il giudizio e il non giudizio: Condannare o Comprendere?

437,181,”Il non-giudizio è uno degli elementi fondamentali per questo benessere.
Il bambino sente molto spesso formulare giudizi dagli adulti ed inconsciamente si abitua a giudicare. Sembra normale e naturale “etichettare” le persone con cui veniamo in contatto con un bollino nero, rosso, giallo. 

Come se fosse necessario “archiviare” ogni persona in una categoria ben precisa.Di norma, il giudizio più diffuso è il giudizio negativo e questo giudizio non è altro che una nostra percezione personale nei confronti di una persona che si comporta in un modo che noi non riteniamo corretto.Iniziamo ad osservare che è qualcosa che viene da noi, non dall’altro.

E come noi creiamo questo giudizio, possiamo serenamente farne a meno.Come?Possiamo sostenere che il giudizio è un rifiuto, accompagnato da una nostra posizione di superiorità. 

E’ una nostra personale divisione tra bene e male, qualcosa che accade che è da noi ritenuto inadeguato o sbagliato, pertanto va prontamente etichettato e allontanato.

Si propone un esempio banale: una persona ci mente. Immediatamente scatta il bollino nero bugiardo/a che viene incollato dal nostro Guardiano di Porta sulla fonte di questa persona. Il cervello registra l’evento e lo archivia con il bollino. Questo bollino si potenzia di energia ogni volta che raccontiamo o ricordiamo quella menzogna, parliamo ad altri di quell’evento. 

Infatti, il giudizio frequentemente attiva una comunicazione triangolare: abbiamo bisogno di dire a qualcuno quello che pensiamo, perché la pressione interna che esercita un giudizio può essere troppo forte. A volte può essere difficile portare da soli il peso del giudizio e per questo abbiamo bisogno di trovare al più presto uno o più alleati.Quando raccontiamo l’evento (in questo caso la bugia) potenziandolo con il nostro giudizio, per analogia ne emergono altri simili che abbiamo già vissuto. Iniziamo a proiettare le nostre certezze “tossiche” e spostiamo la nostra attenzione verso la difesa. Di conseguenza il giudizio si rafforza e ci crea una o più  emozioni, a seconda del caso: rabbia, sofferenza, delusione, anche voglia di vendetta. 

Spesso ci dissociamo da ciò che è avvenuto, ci diciamo che noi non lo meritiamo e smettiamo di ascoltare, chiusi nelle nostre credenze limitanti.Facilmente accade che portiamo energia alla rabbia con reazioni che provocano altre reazioni, alimentando la nostra sofferenza emotiva.La notizia divertente è che …. facciamo tutto da soli.

Noi non possiamo pretendere che un altro essere umano si comporti come noi vogliamo perché cosi NOI siamo contenti.


Se restiamo in una fase giudicante, perdiamo contatto con i sentimenti di accoglienza e di accettazione nei confronti degli altri ma anche di noi stessi.
Non giudicare, ma scegliere.


Se impariamo la serenità del non-giudizio, sapremo accogliere e comprendere l’altro come individuo unico, perfetto …. anche nella sua imperfezione.


Ciò nonostante, esistono persone che “vanno bene” per noi e persone che “non vanno bene” per noi. Accogliendo la libertà altrui di scegliersi il proprio destino nelle differenti modalità, possiamo semplicemente prendere distanza da una persona che non va bene per noi e che ci da disagio, evitando di esprimere giudizi che altro non fanno che coltivare in noi una negatività disfunzionale.
Il giudizio, così come la reazione, sono due atti veloci, superficiali, che esprimono ciò che vediamo al primo sguardo, senza approfondire. Abbiamo bisogno di qualcosa di “già confezionato” nella nostra vita e così usiamo molte modalità automatiche di risposta, tra cui il giudizio.  


Spesso però questi giudizi sono superficiali, inutili, e valutano il comportamento altrui senza esplorare davvero cosa c’è dietro, ovvero qualcosa di più profondo da comprendere, non nell’altro ma prima di tutto dentro di noi. 
Osserviamoci dunque come individui giudicanti.


Il giudizio è uno schema mentale che porta disagio, irrigidimento, chiusura ed è un autogoal per chi giudica, non per chi viene giudicato, che è libero nel suo comportamento.
Infatti, quando giudichiamo, la nostra attenzione è spostata sull’esterno ci mettiamo in una posizione di superiorità. Ma ne abbiamo il diritto?


Spostare l’attenzione su di noi non significa fare un atto di autocompiacimento narcisistico: significa riconoscere il nostro contributo alla creazione del problema, significa affermare sovranità sull’unico territorio che ci appartiene: noi stessi.Spostare l’attenzione su di noi è un elemento necessario nella sospensione del giudizio. E’  quel “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” che ben conosciamo ma che facciamo finta che non ci appartenga e voltiamo la testa dall’altra parte.


Praticando il non-giudizio non ci separiamo dalla parte di noi che ha giudicato, ma la osserviamo con benevolenza facendoci una semplice domanda: cosa mi risuona in questa situazione? Cosa c’è di mio, che non accetto e che vedo riflesso in questa persona che mi ha mentito? Cosa devo imparare di me da questa cosa che è accaduta?


Già, perché ….. udite udite, quando giudichiamo il comportamento altrui è perché quel comportamento fa anche parte di noi, altrimenti non saremmo in grado di riconoscerlo. 
Altrimenti non ci darebbe fastidio. E’ qualcosa che appartiene anche a noi e che abbiamo represso oppure cerchiamo ancora di reprimere.


Molto più spesso di quel che immaginiamo, le persone che attiriamo a noi ci fanno da specchio ed è una buona opportunità per osservare non l’altro, ma noi stessi riflessi nell’altro.
Per concludere, quello che vediamo nell’altro e ci crea una emozione, sia positiva che negativa, lo riconosciamo perché fa anche parte di noi.


Non è quindi giudicando gli altri che potremo mettere in atto il nostro processo evolutivo, ma prendendo coscienza delle nostre parti in ombra: quelle che giudicano.

Se avete domande o volete chiarimenti, potete contattarmi alla mia mail: olistic_games@yahoo.it

Trovate gli eventi da me organizzati sulla mia pagina FB: Daniela Molteni Operatore Olistico

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